piccole cose, cose da niente.
Tu sei raccolta nel profumo dolciastro e fruttato del mio shampoo, nel rumore fastidioso delle bigbabol alla fragola che masticavi in continuazione. Di te mi è rimasto un desiderio irrealizzabile e la spinta per realizzarne molti altri -in parte inutili, in parte futili.
Non credo di averti amata: ti ho desiderata molto -il mio corpo l’ha fatto. Ho amato il tuo modo di godere in silenzio, il modo speciale in cui ti coprivi la faccia dopo l’orgasmo. Ho amato il panorama delle tue gambe sottili mentre ti guardavo preparare il caffè, io ancora a letto e tu che biascicavi le parole di una canzone inglese senza capirci assolutamente niente. Ho amato il colore dei tuoi capelli lunghi al sole, ma anche l’idea un po’ confusa e volubile che diventavano una volta spenta la luce -loro, ma anche il tuo mento sfuggente, gli occhi un po’ troppo grandi, le labbra chiare.
Adesso amo molto il tuo ricordo, che mi viene a trovare di rado. E’ potente, mi sciacqua i pensieri qualche ora e poi sparisce per mesi interi: compare evocato dal profumo di pane fresco, dal rumore un po’ inquietante del vento invernale.
Non ti ho mai amata qui e ora.
Ti ho amata in anticipo e in ritardo, ma mai al momento giusto. Riesco perfino ad amare il rimpianto che ti porti dietro ora, insieme al sorriso storto e alla voce roca.
skinny love
Mi leggevi lo hobbit tutte le sere, la mano sinistra appoggiata al mio piede finché non mi addormentavo. Non so dire quando ho smesso di essere tua figlia e hai iniziato ad essere mio padre: crescere è, per me, complicare la comunicazione -nei casi peggiori, quando si cresce in fretta, annullarla.
Ho accumulato molte cose, in gola: racconti di gite che ho mancato di dirti, regali che non ho avuto il tempo di farti vedere, scelte che non ho saputo spiegarti -assomiglia molto ad una digestione finita male, avere tutte queste parole che si ripresentano in un riflusso di insofferenza cadenzato. Viverti come un’occasione persa, riconoscere nel mio viso il disegno della tua bocca e il riflesso dorato dei tuoi capelli: vorrei sentirti arrivare oltre il dna che mi dichiara parte di te, oltre la storia di un’intera famiglia disegnata in un cognome.
Eppure rimani la mia paura di invecchiare, la tristezza del nostro trio spesso silenzioso, i tuoi occhi patinati di una sofferenza che capisco, ma che non so affrontare. Ho scelto di relegarti al rumore dei tuoi passi che si fermano proprio oltre la soglia di camera mia -mancando tutte le volte il coraggio di entrare-: forse abbiamo sbagliato i tempi. Io sono cresciuta troppo in fretta e tu hai continuato a cercarmi dove non avrei potuto rimanere.